Un nodo chiamato trasferimento tecnologico

Cosa insegna il caso CheckmAb, intervista al Prof. Sergio Abrignani
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Redazione

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Prof. Sergio Abrignani

Uno dei casi in cui la ricerca biomedica accademica italiana ha trovato uno sbocco industriale porta la firma del medico e immunologo Sergio Abrignani, fondatore insieme al biologo molecolare Massimiliano Pagani dello spin off universitario CheckmAb. Nel marzo 2023 la società ha ceduto a Boehringer Ingelheim la licenza esclusiva per lo sviluppo clinico e la commercializzazione di un anticorpo monoclonale contro i tumori. Come si arriva a un risultato simile? Lo abbiamo chiesto a lui.

Professor Abrignani, cosa ha impedito, nel tempo, alla ricerca italiana di tradursi in un tessuto industriale altrettanto solido?

Negli anni ’60 e ’70 l’Italia era all’avanguardia: Farmitalia sviluppò a Milano il primo farmaco oncologico tuttora impiegato in clinica, l’adriamicina, ed era una grande azienda farmaceutica europea. Abbiamo perso quel primato quando le aziende farmaceutiche italiane entrarono in crisi e un intervento pubblico non adeguato non riuscì a rilanciarle. Dagli anni 80 in poi l’industria italiana, non solo la farmaceutica, si è ridimensionata in quasi tutti i settori in cui un tempo deteneva una posizione di leadership. Oggi, a eccezione di difesa ed energia, il paese non dispone di grandi player industriali mondiali, ma solo di piccole e medie imprese di buon livello. Questo pesa direttamente sulla capacità di sostenere una ricerca innovativa, che per essere competitiva richiede investimenti ingenti quali quelli possibili alle multinazionali farmaceutiche straniere. Il risultato è un divario crescente rispetto ai paesi che più investono in innovazione, che si misura in modo netto proprio sugli ulteriori investimenti in ricerca e sviluppo.

Può quantificare l’entità di questo divario negli investimenti?

I numeri parlano. L’Italia investe in R&S l’1,4% del PIL, contro un obiettivo europeo superiore al 3%. Gli Stati Uniti investono il 3,6%, Israele il 6,8%, la Germania il 3,2%, la Francia il 2,3%. Ancora più marcato è il divario sui capitali di rischio: siamo terzultimi in Europa per venture capital investito per abitante, davanti solo a Grecia e Romania. In termini assoluti attraiamo circa 1,2 miliardi di euro l’anno, contro 1,5 miliardi della Spagna (40 milioni di abitanti contro i nostri 60) e 7,5 miliardi della Francia. Comparando in Italia e Francia questi capitali al numero di ricercatori, 160.000 in Italia, 300.000 in Francia, la distanza si allarga: un ricercatore francese attrae 25.000 euro l’anno, uno italiano 7.500. Tredici volte meno degli Stati Uniti, dove si stimano 160 miliardi di dollari di venture capital per un milione e mezzo di ricercatori. Eppure, sul piano della qualità scientifica misurata con i parametri bibliometrici, l’Italia è allineata a Francia e Germania: manca quindi un’infrastruttura efficace di trasferimento tecnologico della ricerca.

È in questo scenario che si inserisce la vicenda di CheckmAb, spesso citata come raro caso italiano di successo. Può ripercorrerne le tappe principali?

Tutto ha origine da un brevetto depositato nel 2016 insieme a Massimiliano Pagani, con Università Statale di Milano e INGM. L’intuizione riguardava un limite dell’immunoterapia oncologica: i farmaci attuali agiscono sul sistema immunitario nell’intero organismo, non solo nel tumore, causando in circa il 10% dei casi complicazioni autoimmuni tanto gravi da richiedere l’interruzione della terapia. Il nostro obiettivo era sviluppare farmaci capaci di colpire selettivamente solo le cellule immunitarie soppressorie interne al tumore. Abbiamo costituito la start up nel 2018, con un primo finanziamento di circa 6 milioni di euro da “Primo Capital”, fondo di venture capital finanziato da ENPAM (la cassa previdenziale dei medici). Successivamente, mentre cercavamo ulteriori fondi per la fase clinica, due importanti aziende hanno manifestato interesse per una licenza esclusiva. Dopo sei mesi di negoziazione, nel marzo 2023 abbiamo concluso l’accordo con Boehringer Ingelheim: un pagamento upfront di poco superiore ai 20 milioni di euro, ulteriori pagamenti a milestone fino a 240 milioni complessivi, e una royalty tra il 5% e il 7% sulle vendite future. Il farmaco è oggi in fase di sperimentazione clinica.

A cosa attribuisce il fatto che questo progetto abbia trovato uno sbocco industriale concreto, a differenza di molti altri?

A tre fattori. Il primo è la squadra che abbiamo reclutato. Il secondo, il mio percorso professionale: sono entrato in accademia dopo diciannove anni di ricerca industriale tra Svizzera e Stati Uniti, un percorso che mi ha permesso di conoscere i fondamentali dello sviluppo di un farmaco anche in una start up, competenze che l’università italiana insegna poco. Del resto, molti progetti nati da un’ottima ricerca non trovano sbocco nel trasferimento tecnologico: la scienza da sola non basta. Il terzo, un po’ di fortuna ha fatto il resto.

Se dovesse indicare in una parola sola la vera carenza strutturale dell’Italia in questo ambito, quale sarebbe?

Il trasferimento tecnologico: è il nodo decisivo. Il sistema formativo non prepara i ricercatori all’imprenditorialità, e spesso nei corsi di medicina, biologia, biotecnologie non è previsto un modulo dedicato. Gli uffici di Trasferimento Tecnologico, ormai presenti in tutti gli IRCCS (ospedali che fanno ricerca), le università, i centri di ricerca, spesso non hanno le competenze per svolgere efficacemente questo ruolo: servirebbe una formazione ibrida, scientifica ed economico-gestionale, che in Italia fatica ad affermarsi. Nelle università anglosassoni il personale di questi uffici è tra il più retribuito, perché genera fino al 30% del budget dell’istituzione attraverso brevetti, licenze, spin-off, royalties. In Italia questa componente dei budget è, nella sostanza, trascurabile.

Quali interventi ritiene prioritari per invertire la rotta?

Attrarre queste competenze dall’estero, come si farebbe per qualsiasi specializzazione mancante in un sistema sanitario. Se in un ospedale mancano i neurochirurghi, non si assegna l’intervento a un immunologo, si assumono neurochirurghi qualificati. Lo stesso vale qui: servono professionisti qualificati con risultati concreti e dimostrabili, non semplicemente personale volenteroso privo dei fondamentali della professione. Esistono italiani che lavorano all’estero in questo settore: attrarli richiede un inquadramento salariale competitivo a livello internazionale.

In conclusione: l’Italia può recuperare terreno sul trasferimento tecnologico?

Ne sono convinto. Gli investimenti pubblici finora messi in campo sono stati importanti: senza di essi il nostro posizionamento europeo nel venture capital per abitante sarebbe probabilmente peggiore, ma non bastano da soli. Serve investire in modo mirato su formazione e professionisti del trasferimento tecnologico. Che un settore in ritardo possa recuperare terreno, del resto, l’Italia lo ha già dimostrato in altri ambiti: l’automotive ad esempio, pur avendo perso i volumi di massa, ha costruito tra Modena e Reggio Emilia una nicchia di eccellenza internazionale nelle vetture ad alte prestazioni, segno che si può creare un ecosistema competitivo anche partendo da una base ridotta, se si investe nella direzione corretta. Nel farmaceutico-biotecnologico la ricetta è altrettanto chiara, anche se più complessa da realizzare. Ma sappiamo dove intervenire, ed è già un risultato significativo. Ora occorre la volontà di selezionare chi è realmente capace di tradurlo in pratica.

Sergio Abrignani è medico e immunologo, con una carriera di oltre 40 anni tra ricerca industriale e accademica. È Professore Ordinario di Immunologia e Immunopatologia presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore Fondatore dell’INGM – Istituto Nazionale di Genetica Molecolare “Romeo ed Enrica Invernizzi”. Ha dato importanti contributi allo studio dell’HCV, dei linfociti T e dell’immunoterapia dei tumori. È inoltre fondatore di due startup dedicate allo sviluppo di nuove immunoterapie contro i tumori.

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