Per troppo tempo in Italia la ricerca è stata considerata un costo o, nella migliore delle ipotesi, un esercizio culturale, più che uno strumento di politica industriale. La pandemia ha dimostrato quanto questa impostazione fosse miope, evidenziando come l’autonomia sanitaria dipendesse da equilibri geopolitici ritenuti scontati ed esponendo il Paese a una fragilità che andava ben oltre l’emergenza sanitaria. È il risultato di una tendenza iniziata oltre trent’anni fa, quando l’Occidente ha progressivamente delocalizzato la produzione, compresa quella farmaceutica, in nome di una globalizzazione ritenuta irreversibile. Oggi quei Paesi non sono più soltanto fornitori, ma concorrenti tecnologici. Recuperare sovranità scientifica significa quindi recuperare competitività, capacità produttiva e autonomia strategica.
Il paradosso di un Paese che innova ma non industrializza
Il paradosso italiano è evidente. L’export farmaceutico viene spesso indicato come prova della forza del settore, ma continuiamo a dipendere dall’estero per una parte significativa delle materie prime e dei principi attivi strategici. Abbiamo mantenuto una straordinaria capacità manifatturiera, ma troppo spesso brevetti e proprietà industriale vengono sviluppati o valorizzati altrove. Produciamo bene, ma non tratteniamo fino in fondo il valore dell’innovazione. Il limite non è la qualità della ricerca italiana, che continua a essere tra le migliori d’Europa, bensì la difficoltà di trasformare una scoperta scientifica in un prodotto industriale. È quella che gli addetti ai lavori definiscono la “valle della morte” dell’innovazione: il tratto in cui molti risultati scientifici si fermano per mancanza di infrastrutture e competenze traslazionali. Un oro che continuiamo a estrarre nei nostri laboratori, ma che troppo spesso non diventa brevetti, industria e sviluppo economico per il Paese. Non è un caso che anche importanti gruppi italiani investano sempre di più negli Stati Uniti, dove oggi si concentra una parte rilevante della ricerca biomedica più avanzata.
Regole più rapide per invertire la rotta
A questo si aggiunge un tema regolatorio. Negli ultimi anni l’Europa ha aumentato gli adempimenti proprio mentre Stati Uniti e Asia acceleravano i processi decisionali. Non si tratta di rinunciare a legalità e trasparenza, ma di costruire un quadro normativo capace di accompagnare la velocità della scienza. La pandemia ha dimostrato che rapidità e sicurezza non sono concetti contrapposti, bensì complementari. Per invertire la rotta occorre agire almeno su tre direttrici: finanziare infrastrutture pubbliche in grado di accompagnare l’intera filiera dell’innovazione, dalla ricerca alla produzione; costruire strumenti amministrativi adeguati agli enti strategici di ricerca; trattenere i talenti che formiamo, offrendo loro prospettive professionali credibili nel nostro Paese. È prima di tutto un cambiamento culturale: la ricerca non rappresenta una voce di spesa, ma un investimento strategico di politica industriale.
Dati e intelligenza estesa
Esiste poi un quarto pilastro, altrettanto decisivo: i dati. Oggi rappresentano una risorsa strategica quanto le infrastrutture fisiche. Senza dati di qualità non è possibile sviluppare nuovi farmaci, comprendere l’evoluzione delle patologie né individuare tempestivamente nuove minacce sanitarie. Costruire una rete che colleghi istituzioni, università, centri di ricerca e imprese vuol dire trasformare rapidamente il dato in conoscenza scientifica e la conoscenza in strumenti di prevenzione e cura, nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini. Non si tratta di scegliere tra privacy e ricerca, ma di costruire piattaforme sicure e regole chiare che consentano una condivisione responsabile delle informazioni. Per valorizzare questa enorme quantità di dati servono strumenti capaci di analizzarli con rapidità. È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale, o meglio l’intelligenza estesa: una tecnologia che non sostituisce il ricercatore, ma ne amplifica la capacità di analizzare informazioni complesse e assumere decisioni più consapevoli. Il futuro della sicurezza sanitaria passa anche da questa capacità.
Il Biotecnopolo, una proposta di metodo
Un esempio concreto di come queste sfide possano essere affrontate insieme è la Fondazione Biotecnopolo di Siena, ente previsto dalla Legge di Bilancio 2021 come risposta italiana alla pandemia e divenuto pienamente operativo nel 2024. La sua missione è dotare il Paese di una capacità stabile di risposta alle emergenze sanitarie attraverso il Centro Nazionale Antipandemico, in connessione con il sistema europeo di preparedness. Costruire un ente di questa natura ha significato creare governance, processi amministrativi, una sede scientifica adeguata e una rete di relazioni con ministeri, università, IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), imprese e partner internazionali. Decisivo è stato il rapporto con il Direttore Scientifico, Rino Rappuoli: due percorsi complementari, ricerca e industria biotecnologica da un lato, istituzioni pubbliche e regolazione dall’altro, confluiti in una governance duale equilibrata. È la dimostrazione concreta che competenze scientifiche e istituzionali, quando dialogano davvero, non rallentano le decisioni, ma le rendono più solide. Sul fronte del capitale umano è stato scelto di investire fin dall’inizio nella formazione, sostenendo il Dottorato nazionale in Vaccinologia per contribuire a trattenere nel Paese competenze che troppo spesso trovano opportunità solo all’estero. La Fondazione non intende sostituirsi a università, IRCCS o imprese, ma mettere loro a disposizione piattaforme e infrastrutture capaci di accompagnare un progetto dalla ricerca preclinica alla sperimentazione clinica e, successivamente, alla produzione. Coordina l’European Vaccination Hub promosso da HERA, collabora con partner internazionali di primo piano nel campo della preparedness pandemica e sviluppa programmi dedicati ai principali patogeni prioritari. In questa strategia si inserisce anche l’investimento in un impianto pilota GMP, una struttura qualificata da AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) capace di produrre, secondo standard GMP, i materiali biologici necessari all’avvio della sperimentazione clinica sull’uomo. È uno dei segmenti in cui l’Europa mostra oggi le maggiori fragilità e dove la disponibilità di infrastrutture pubbliche può fare la differenza.
Costruire per durare
Un progetto può concludersi; una capacità strategica resta a disposizione dello Stato, della comunità scientifica e del sistema produttivo ogni volta che se ne presenta la necessità. È questo il modello che l’Europa è chiamata a costruire: trasformare un investimento pubblico iniziale in una capacità permanente, autonoma e resiliente. La vera sfida dei prossimi anni non sarà finanziare nuovi progetti, ma costruire infrastrutture, competenze e capacità industriali destinate a durare nel tempo. Le scienze della vita rappresentano ormai una componente essenziale della sicurezza nazionale e della competitività del Paese. Perché la ricerca produce valore solo quando diventa innovazione, brevetti, produzione e occupazione qualificata. È questo l’oro che l’Italia possiede da tempo e che oggi non può più permettersi di lasciare incompiuto.